Qualche metro più in alto, ma sempre legati alla terra
Il Teatro del Ramino sui sentieri di San Martino, tra boschi, colline e orizzonti del Piceno
Ci sono molti modi per conoscere un territorio.
Lo si può attraversare in automobile, osservarlo da lontano, fotografarlo. Oppure si può scegliere di entrarci dentro lentamente, un passo dopo l’altro, lasciando che siano la terra, i sentieri, i boschi e i panorami a raccontarlo.
Sabato 12 settembre il Teatro del Ramino APS ha scelto di partecipare alla tappa castignanese del Festival dell’Appennino 2026 proprio così.
A modo suo.

Sui trampoli.
L’Anello di San Martino è diventato così un percorso di 7,40 chilometri, con 263 metri di dislivello, attraversato in circa due ore e quarantanove minuti insieme agli altri partecipanti all’escursione.
Sui trampoli c’era Armando D’Angeli, presidente del Teatro del Ramino, accompagnato a terra da Liana Benigni e Marian Ion Tudorel e aiutato lungo il cammino da Marco Marcoionni.
Al percorso ha partecipato anche il sindaco di Castignano, Fabio Polini, insieme agli escursionisti che hanno condiviso la giornata.
Ma i numeri, alla fine, raccontano soltanto una piccola parte di ciò che è accaduto.
Lo stesso sentiero. Un punto di vista diverso.
Non è stato scelto un percorso facilitato.
Si è camminato dove camminavano tutti.
Tra sentieri stretti nel bosco, terra, foglie, pietre, salite, discese, campi e strade rurali.
Ed è forse proprio questo il significato più importante dell’esperienza.
Non dimostrare che qualcuno possa fare qualcosa di straordinario, ma suggerire esattamente il contrario:
se un territorio può essere attraversato persino sui trampoli, allora quel territorio aspetta soltanto di essere scoperto.
Non servono capacità particolari.
Non servono imprese.
Serve semplicemente la volontà di partire.
Perché troppo spesso viviamo accanto a luoghi che conosciamo soltanto per nome e dimentichiamo quanto possa essere sorprendente osservarli camminando lentamente.
Quando cambia l’altezza, cambia anche lo sguardo

Stare sui trampoli significa inevitabilmente guardare il mondo da un’altra prospettiva.
Qualche metro più in alto.
Le siepi improvvisamente non nascondono più il paesaggio.
I campi assumono forme diverse.
Le strade diventano linee che attraversano le colline.
I paesi appaiono appoggiati sui crinali e, dietro di loro, altre colline si susseguono fino a confondersi con l’orizzonte.
Per qualche momento si ha quasi la sensazione di poter osservare il territorio con lo sguardo di un uccello.
E accade qualcosa di curioso.
Le cose piccole diventano ancora più piccole.
Quelle grandi, invece, diventano più evidenti.
La terra.
Gli alberi.
Il cielo.
La distanza.
La bellezza di un panorama che normalmente guardiamo troppo velocemente.
Forse c’è anche una piccola forma di spiritualità in tutto questo.
Salire qualche metro per riuscire a guardare più lontano.
Non per allontanarsi dalla terra, ma per comprenderne meglio la grandezza.
Più in alto, ma ancora più dipendenti dalla terra
Esiste però un paradosso che conosce bene chi cammina sui trampoli.
Più ci si solleva dal terreno, più diventa importante sentirlo.
Ogni appoggio conta.
Una pietra, una radice, un piccolo avvallamento, una variazione della pendenza vengono percepiti immediatamente.
Il trampolo poggia sulla terra.
La terra incontra il legno.
E attraverso il legno quella sensazione sale fino al corpo del trampoliere.
È qui che questa esperienza incontra profondamente l’identità del Teatro del Ramino.
Il nostro nome nasce proprio da quel legno: il ramino, utilizzato tradizionalmente per costruire i trampoli.
Ed è bello pensare che il legno, materia viva che un tempo è stata albero, torni attraverso il nostro passo a incontrare la terra.
Un legno che ha conosciuto radici, acqua, vento e sole diventa uno strumento che permette all’uomo di sollevarsi.
Ma continua ad avere bisogno della terra.
Sempre.
Terra, legno, uomo

A ogni passo avviene quasi uno scambio.
La terra trasmette qualcosa al legno.
Il legno lo porta al trampoliere.
Il trampoliere continua il cammino e porta con sé ciò che quel luogo gli ha lasciato.
Terra, legno e uomo diventano per qualche istante parte dello stesso movimento.
Ed è forse proprio qui che si trova una parte dell’anima del Teatro del Ramino.
L’anima dell’attore.
L’anima del legno.
L’anima dei luoghi.
Perché anche una terra conserva una memoria.
Dentro un sentiero rimangono idealmente i passi di chi lo ha attraversato prima di noi.
Dentro i campi rimane il lavoro delle persone che li hanno coltivati.
Dentro un bosco rimangono stagioni, silenzi, animali, vento.
Dentro i paesi rimangono storie di uomini, partenze, ritorni, feste e fatiche.
Quando attraversiamo un territorio cerchiamo anche questo.
Non soltanto ciò che possiamo vedere.
Ma ciò che possiamo sentire.
Perché molto spesso è proprio da queste sensazioni che, in seguito, nascono immagini, personaggi e idee che diventano teatro.
Perché abbiamo voluto esserci
Abbiamo voluto partecipare perché condividiamo profondamente l’idea che sta alla base di iniziative come il Festival dell’Appennino:
un territorio si difende e si valorizza prima di tutto vivendolo.
Noi abbiamo semplicemente scelto di viverlo con il nostro linguaggio.
Non c’era una gara.
Non c’era un record da stabilire.
Non c’era un sentiero da conquistare.
C’era un territorio da attraversare.
E forse, alla fine, è stato il territorio a conquistare noi.
Con le sue salite, i passaggi nel bosco, la luce del pomeriggio sui campi e quei punti nei quali improvvisamente il paesaggio si apre e obbliga quasi a fermarsi.
A guardare.
Adesso tocca a voi

Il messaggio che vorremmo lasciare alla fine di questo cammino è molto semplice.
Venite a vedere questi luoghi.
Percorrete questi sentieri.
Entrate nei boschi.
Salite sulle colline.
Fermatevi quando il panorama si apre e guardate quanto lontano riesce ad arrivare lo sguardo.
Noi abbiamo scelto di farlo sui trampoli perché è così che il Teatro del Ramino racconta il mondo.
Voi non ne avete bisogno.
Se questi sentieri possono essere attraversati qualche metro più in alto, possono certamente essere scoperti con due semplici scarpe e il desiderio di conoscere ciò che abbiamo intorno.
Perché certe bellezze non chiedono un biglietto.
Chiedono soltanto un passo.
Poi un altro.
E un altro ancora.
Noi ci siamo sollevati dalla terra senza mai separarci da essa.
E forse, guardando il nostro territorio un po’ più dall’alto, abbiamo capito ancora meglio quanto valga la pena rimanergli profondamente legati.
Francesco, l’uomo che vedeva ciò che gli altri non vedevano
Mettere in scena Francesco significa confrontarsi con un personaggio che tutti pensiamo di conoscere.
Il Santo.
Il poverello di Assisi.
L’uomo della pace, degli animali, della natura.
Noi abbiamo voluto cercare qualcosa che venisse ancora prima: l’uomo Francesco.

Un giovane al quale sembrava essere stata già preparata una vita. Figlio di un ricco mercante di stoffe, destinato agli affari, al benessere, a una posizione sociale precisa. Una strada apparentemente già scritta.
Eppure Francesco decide di uscire da quella strada.

Da qui è iniziata la nostra ricerca.
Come compagnia abituata a lavorare con i trampoli e con figure sceniche imponenti, abbiamo scelto volutamente di rappresentare Francesco attraverso un giovane ballerino senza trampoli.
Più piccolo degli altri.
Apparentemente più fragile.
Persino più debole.
Nella guerra sembra quasi soccombere davanti a uomini enormemente più grandi di lui. Nelle difficoltà della vita appare vulnerabile. E proprio questa sproporzione diventa il centro del racconto.
Perché la forza di Francesco non è quella di chi sovrasta gli altri.

È la forza di chi sceglie.
Sceglie di abbandonare ciò che gli era stato preparato.
Sceglie la povertà.
Sceglie una strada incomprensibile agli occhi di molti.
Sceglie di vedere il mondo in maniera diversa.
Francesco vede cose che gli altri non vedono.
O forse siamo noi a non vedere più le cose che abbiamo continuamente davanti agli occhi.
Il sole che ogni giorno ci scalda.
La natura che continua a vivere intorno a noi.
Un uccello capace di alzarsi in volo.
La libertà di possedere poco e, proprio per questo, sentirsi incredibilmente ricchi.
Francesco si sorprende davanti alla natura.
E forse una delle caratteristiche più rivoluzionarie di quest’uomo è proprio la capacità di meravigliarsi.
Vorrebbe essere leggero come un uccello, libero di volare. Guarda ciò che per gli altri è normale e riesce ancora a considerarlo straordinario.

È un uomo che, osservato con gli occhi della nostra società contemporanea, potrebbe perfino apparire folle.
Uno che rinuncia volontariamente alla ricchezza.
Uno che parla agli animali.
Uno che ascolta voci e segue visioni.
Uno che abbandona le certezze per inseguire qualcosa che nessun altro riesce ancora a vedere.
Oggi forse qualcuno cercherebbe immediatamente di curarlo, di riportarlo alla normalità, di spiegargli che quella non è una vita ragionevole.
E invece quella sua “follia” riesce a trascinare altri uomini.
La sua visione diventa una comunità.
La sua scelta individuale diventa una forza collettiva.
La sua vita arriva ad attraversare i secoli e, in qualche modo, a cambiare il mondo.
Anche davanti alla guerra Francesco compie una scelta diversa.
Non è semplicemente l’uomo che fugge dal conflitto: è l’uomo che cerca la pace.
Conosce la violenza, la paura e la fragilità umana, ma sceglie di non considerarli inevitabili.
Ed è forse qui che Francesco diventa incredibilmente contemporaneo.
È antico e moderno nello stesso momento.
È l’uomo che mette in discussione una società fondata sul possesso.
L’uomo che cerca un rapporto diverso con la natura.
L’uomo che attraversa il conflitto cercando il dialogo.
L’uomo che accetta di essere considerato folle pur di rimanere fedele alla propria visione.
Nel nostro spettacolo abbiamo provato a raccontare tutto questo attraverso corpi, proporzioni, musica, immagini e movimento.
Intorno a Francesco, figure altissime.

Lui, piccolo, al centro.
Eppure, andando avanti nella storia, ci si accorge che quella figura apparentemente fragile diventa sempre più grande.
Non perché salga sui trampoli.
Ma perché cambia lo sguardo di chi gli sta intorno.
Forse Francesco continua ad affascinarci proprio per questo.
Perché ci costringe ancora oggi a porci una domanda estremamente semplice e allo stesso tempo difficilissima:
siamo davvero capaci di vedere ciò che abbiamo davanti agli occhi?
Il sole che ci scalda.
La libertà di un uccello.
La bellezza della natura.
La possibilità della pace.
La possibilità di scegliere una vita diversa da quella che altri hanno immaginato per noi.
Prima di diventare Santo, Francesco è stato soprattutto questo:
un uomo che ha avuto il coraggio di vedere il mondo diversamente e di vivere fino in fondo ciò che aveva visto.
Un uomo fragile.
Un uomo libero.
Un uomo considerato folle.
Un uomo eccezionale.
Prove di trampoli a Castignano: lezione gratuita aperta anche ai neofiti
Il Teatro del Ramino APS organizza una serata dedicata alle prove di trampoli teatrali, aperta anche a chi non ha mai avuto esperienza.
L’incontro si terrà mercoledì 20 maggio, alle ore 21:00, a Castignano.
Sarà una lezione gratuita pensata per avvicinare nuovi interessati, aspiranti soci, collaboratori e curiosi al mondo dei trampoli scenici, delle parate e degli spettacoli storici che da anni caratterizzano l’attività del Teatro del Ramino.

Un’occasione per imparare da zero
La serata è rivolta anche a neofiti e nuovi partecipanti senza esperienza. Non è necessario saper già andare sui trampoli: l’obiettivo dell’incontro è proprio quello di permettere a chi parte da zero di provare, conoscere le basi e capire se desidera proseguire il percorso con l’associazione.
Durante la prova verranno affrontati i primi elementi fondamentali:
uso base dei trampoli,
equilibrio e primi movimenti,
approccio alla camminata in sicurezza,
introduzione al lavoro scenico del trampoliere,
possibilità di partecipare alle attività associative del Teatro del Ramino APS.
Trampoli, teatro e partecipazione associativa
Il Teatro del Ramino APS porta avanti da anni un percorso legato alle arti performative, allo spettacolo storico, alle parate, alle animazioni e alla valorizzazione della tradizione teatrale in ambito medievale e rievocativo.
Le prove di trampoli rientrano nelle attività culturali, formative e associative dell’associazione, con l’obiettivo di trasmettere competenze, coinvolgere nuovi partecipanti e far conoscere dall’interno il lavoro artistico e scenico del gruppo.
Chi parteciperà potrà vivere un primo momento pratico, conoscere l’ambiente dell’associazione e valutare una possibile collaborazione futura con il Teatro del Ramino.
Informazioni
Quando: mercoledì 20 maggio
Dove: Castignano
Orario: ore 21:00
Partecipazione: gratuita
Aperto a: neofiti, nuovi interessati e persone senza esperienza
Per informazioni e adesioni è possibile scrivere a:
Un’occasione semplice e concreta per mettersi alla prova, scoprire il fascino dei trampoli teatrali e avvicinarsi al mondo del Teatro del Ramino APS.
Arte e tecnica: l’equilibrio instabile
Forse la tecnica è il carro che traina l’arte, oppure ne è soltanto la serva. Ma una cosa appare evidente: senza tecnica non si può mettere in scena l’arte.
Dove inizia l’arte e dove finisce la tecnica?
È una domanda antica quanto l’arte stessa, e ogni disciplina – dalla pittura alla letteratura, dal teatro alla musica – continua a interrogarsi su questo confine incerto.
Un poeta può non saper scrivere?
Uno scrittore può non saper scrivere?
Un pittore può non saper dipingere?
La risposta naturale è no.
La tecnica è necessaria. Deve essere appresa, esercitata, resa propria. Non è un dettaglio marginale: è struttura, disciplina, linguaggio. È ciò che permette all’idea di incarnarsi in una forma riconoscibile.

Eppure, proprio nel momento in cui diventa vera padronanza, la tecnica deve essere dimenticata.
O meglio: deve essere sfidata.
Questo accade con particolare evidenza nell’arte dei trampoli.
Il teatro sui trampoli è arte, e come ogni arte richiede prima di tutto una tecnica rigorosa. L’equilibrio, il passo, il peso del corpo. Tutto deve essere appreso con precisione, esercitato fino a diventare naturale, fino a trasformarsi in istinto.
Solo allora è possibile dimenticarlo.
La tecnica, interiorizzata, smette di essere una gabbia e diventa libertà. Il corpo non obbedisce più a un esercizio ma alla scena. Il movimento non è più calcolo ma presenza.
Nel mio camminare sui trampoli ho capito una cosa: il movimento è una metafora della vita.
Pochi lo sanno.
E ancora meno sono quelli che riescono davvero a muoversi con eleganza.
Perché la vita nasce dall’imperfezione.
Dall’asimmetria.
Dal movimento che si genera quando due potenziali non coincidono.
È il granello di sabbia che sposta l’ago della bilancia.
Se tutto fosse perfettamente livellato, se ogni forza fosse identica alla sua opposta, non esisterebbe movimento.
E senza movimento non esisterebbe vita.
La perfezione, in questo senso, è immobilità.
E l’immobilità è morte.
L’imperfezione, per quanto imperfetta, è vita.
Nel movimento dei trampoli, per muoversi con eleganza, si deve accettare la caduta nascosta dentro ogni passo. Ogni passo è una perdita momentanea di equilibrio.
Ci si lascia cadere per potersi riprendere.
È in questo gesto continuo – cadere e rialzarsi – che nasce la grazia del movimento.
Così accade anche nell’arte.
L’arte non può essere perfetta.
L’arte nasce da uno scarto.
Da quel granello che sposta l’ago.
Da quel pensiero che non è allineato con il resto del mondo.
Da quella deviazione che obbliga lo sguardo a cambiare direzione.
E allora devo dirlo con brutalità.
Odio l’arte.
La odio perché è imperfetta.
La odio perché rompe l’ordine.
La odio perché introduce una crepa nell’equilibrio delle cose.
Ma proprio qui sta il paradosso.
Solo chi ama davvero l’arte ha il coraggio di odiarla.
E solo chi ama davvero l’arte ha la saggezza di amarla.
Perché l’arte non è mai pacifica: è una tensione continua tra rifiuto e desiderio, tra ordine e rottura.
Per questo posso dirlo senza contraddizione.
Amo l’arte.
Perché l’arte è la vita quando perde l’equilibrio e continua a camminare.
Via l’arte.
Viva l’imperfezione.
Il Cammino di Don Chisciotte: trent’anni di sogno e coraggio
Don Chisciotte non è mai stato solo un personaggio letterario per me: è stato compagno di vita, fonte di ispirazione e simbolo di coraggio. Per quasi trent’anni ho portato in scena questo eroe puro, romantico e ostinato, anche sui trampoli, trasformando la sua figura in un racconto visivo che unisce poesia e teatro.

Il mio Don Chisciotte nasce dai sogni: prima di ogni spettacolo, lo incontro nella mia mente, immagino il cammino, la lancia impugnata, il vecchio Ronzinante pronto a partire. Ogni rappresentazione è il frutto di anni di riflessione e passione, una tradizione che affonda le radici nei miei primi tentativi, quando ero giovane, senza barba né capelli bianchi, ma con la stessa determinazione del cavaliere errante.
La celebre lotta con i mulini a vento, per me, non è solo un gesto folle: rappresenta la lotta per la libertà contro poteri immobili e indifferenti. Il costume, il catino che fungeva da elmo, la camicia custodita in un baule… tutto questo ha atteso trent’anni per tornare a vivere sul palco, accompagnato da una nuova maturità e presenza scenica.
Ieri, a Castel di Lama, ho ripreso questo cammino, mettendo in scena uno spettacolo antico ma sorprendentemente moderno, un intreccio tra corpo, parola e sentimento. La mia Dulcinea è stata la luce che ha guidato ogni gesto:
“Mi sento sfiorare dal tuo sguardo mai diretto, dal tuo sorriso accennato… Combatti per te, dovrei avere le ali di giganti. Ti vedo tra la gente, tra le donne, e vedo te, la mia principessa, la mia Dulcinea.”

Ogni spettacolo è un viaggio tra amore, coraggio e poesia: Don Chisciotte combatte con un vecchio ronzino e un fedele contadino, ma la vera battaglia è nel cuore. Non conta la fama, non conta la gloria: ciò che resta è la forza dell’animo, il gesto puro e lo sguardo che illumina l’intera avventura.
Dopo trent’anni, Don Chisciotte non è più solo un personaggio: è sogno, memoria e vita, e ogni volta che lo metto in scena, rinasce insieme a
Sant’Antonio e lu Demonio
Quando il mito del Piceno diventa spettacolo vivo
Capita spesso, a chi opera nel teatro di tradizione e negli eventi culturali, di essere chiamato a partecipare a feste religiose o celebrazioni popolari. In quei momenti, la sfida non è semplicemente “mettere in scena” uno spettacolo, ma tradurre un mito, una leggenda o la vita di un santo in immagini vive, capaci di parlare al presente senza tradire la memoria collettiva.

È quanto accaduto il 18 gennaio a Pagliare del Tronto (Spinetoli), in occasione dei festeggiamenti per Sant’Antonio Abate, figura centrale dell’immaginario popolare piceno. Qui il mito non è stato raccontato: è stato evocato.
Lo spettacolo, breve ma intenso, ha proposto un quadro scenico fortemente simbolico, costruito sull’eterna lotta tra il santo e le tentazioni. Giuseppe Cicconi ha dato corpo a un Sant’Antonio saldo nella fede, mentre le seduzioni e i pericoli del peccato hanno preso forma in due presenze opposte e complementari:
la tentazione, interpretata da Valentina Bachetti, figura femminile seducente e ambigua, il Demonio nero, incarnato da Armando D’Angeli, forza oscura e minacciosa.
In questo scontro archetipico, Sant’Antonio, armato della sola fede e della croce inforcata, conduce il demonio, riaffermando il valore spirituale che da secoli accompagna questa ricorrenza. Il tutto immerso in una cornice suggestiva: il fuoco, elemento rituale e ancestrale, e lo spazio urbano di Pagliare del Tronto trasformato in luogo simbolico, non semplice sfondo.
La scelta artistica è stata chiara fin dall’inizio: non proporre uno spettacolo generico, ma calare personaggi, costumi e azioni dentro la storia e il contesto dell’evento, diventandone parte integrante. Non un intrattenimento “a contorno”, ma un elemento vivo della festa, capace di dialogare con il pubblico e con il territorio.
I costumi sono stati curati da Liana Benigni.
Il Teatro del Ramino ha saputo armonizzare l’aspetto logistico con la delicatezza del contesto religioso e tradizionale.
Il risultato è stato uno spettacolo che ha saputo tenere il pubblico presente, coinvolto e attento, nonostante il freddo invernale. Un esempio riuscito di come mito e religione possano farsi teatro, trovando una forma nuova, insolita, ma profondamente rispettosa delle tradizioni del Piceno.
Perché quando la storia viene restituita attraverso immagini, fuoco e corpi in scena, non si limita a essere ricordata: torna a vivere.
L’intero evento è stato ideato e coordinato da Gabriella Piccioni, con il supporto organizzativo della Pro Loco di Pagliare.
Il Braciere Ardente
Un oggetto in scena, a volte, non è solo un oggetto in scena.
Fa parte della scena, della scenografia, del respiro stesso dello spettacolo.
A volte perde la sua natura fisica e diventa altro:
un compagno, un alleato, un amico silenzioso.

Il braciere ardente è con il Teatro del Ramino fin dall’inizio, dai primi spettacoli.
Quasi trent’anni di palcoscenico.
Pagato in lire, quando l’arte si comprava con monete che oggi sembrano già memoria.
Non è antico, non è vecchio.
È semplicemente lì. Funziona. Resiste.
Non viene trattato con particolare riguardo.
E porta addosso le cicatrici del tempo.
Come gli attori, anche lui le mostra con orgoglio.
Le cicatrici sono quelle che fanno crescere.
Quelle che fanno male, ma poi restano a ricordarti che questo è un teatro fisico, viscerale.
Un teatro dove si può versare sangue.
Dove ci si può scottare.
Dove le pomate per le bruciature stanno accanto ai trucchi, sullo stesso tavolo.
Ed è normale così.
Il braciere, da buon attore, non esce mai dal personaggio.
Rimane lì, al centro — ma non troppo —
fiero di fiammeggiare, orgoglioso del suo ardente essere presente,
pronto a lasciarsi guardare.
Pronto ad accendere ogni spada.
Pronto ad accendere ogni fiamma, ogni fuoco.
Fedele e affidabile come un vecchio amico.
Sta lì.
Affidabile.
Fiero.
E quando tutto è finito, quando gli attori sono usciti di scena
e il pubblico ha lasciato le gradinate,
lui resta.
Fa il suo dovere fino in fondo.
Mostra le sue fiamme verso il cielo, incurante del silenzio che arriva dopo.
E pensare che era nato solo come un modo più semplice per accendere le spade.
Nel frattempo, tanti attori sono passati.
Tanti sono tornati alla vita normale.
Lui no.
Sempre pronto a uscire dal suo sacco
e a prendersi la sua parte di scena,
la sua piccola quota di fama.
Oggi, questo articolo è solo per lui.
Perché anche gli oggetti, a teatro,
quando resistono così a lungo,
diventano memoria viva.
Il funerale dell’anno vecchio
C’è un momento, alla fine di ogni anno, in cui il tempo rallenta.
Non corre più: attende.

È lo spazio fragile tra ciò che è stato e ciò che ancora non ha nome.
Questa sera, 30 dicembre 2025, ad Appignano del Tronto, il Teatro del Ramino apre il suo evento con una cerimonia antica e necessaria: il funerale dell’anno vecchio.
Un gesto simbolico, collettivo, che non piange ma accompagna.
Che non cancella, ma depone.
Figure, segni, corpi e silenzi attraversano lo spazio come una processione laica, dove l’anno che se ne va viene salutato con rispetto, ironia e immaginazione.
È teatro, ma è anche rito.
È finzione, ma parla a qualcosa di profondamente reale.
In questo passaggio, Appignano diventa soglia.
Un luogo in cui il tempo viene guardato negli occhi prima di lasciarlo andare.
Chi partecipa non è spettatore.
È presenza.
È parte del gesto.
Questa sera, l’anno vecchio viene accompagnato.
Domani, il nuovo potrà entrare.
Che fai a Capodanno?
Ad Appignano del Tronto il tempo non si limita a scorrere: viene messo in scena, attraversato, consumato.
La manifestazione storica di fine anno diventa così un funerale simbolico del vecchio anno, un rito collettivo che affonda le radici nel paganesimo e trova nel fuoco l’elemento capace di distruggere ciò che è stato per aprire, a mezzanotte, la soglia del nuovo tempo.

Non è una scelta casuale che questo percorso si collochi nel cuore del periodo natalizio. Come accade in Doppio sogno di Arthur Schnitzler e nella sua trasposizione cinematografica Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, l’ambientazione natalizia non rappresenta un semplice sfondo, ma una tensione irrisolta: luce, ordine e moralismo convivono con desideri nascosti, sogni sopiti, pulsioni che cercano uno spazio per manifestarsi. Nel film, sotto l’apparente calma del Natale, si muovono riti pagani che scandiscono il tempo e ne rivelano la natura ciclica, antica, non addomesticata.
È in questa stessa frattura che si inserisce il lavoro del regista Armando D’Angeli, insieme alla poetessa Alessia Allevi, che hanno scelto di indagare il tempo che muore e rinasce, la numerologia e i suoi rimandi simbolici: i quattro elementi e le quattro stagioni, l’astrologia come mappa del divenire, i dodici mesi che si susseguono come i dodici apostoli, tra sacro e profano. Un sistema di segni che, come nel sogno, non si spiega ma si attraversa.
Il Teatro del Ramino, protagonista dell’evento, traduce questa visione in azione scenica: figure sospese sui trampoli, immagini rituali, presenze che emergono come da un sogno collettivo. Il pubblico non è semplice spettatore, ma parte di un’esperienza onirica che richiama i meccanismi di Eyes Wide Shut: entrare in uno spazio altro significa entrare anche nella propria zona d’ombra, là dove i desideri sono spesso frenati dal moralismo natalizio e dove il rito pagano del fuoco diventa strumento di liberazione e trasformazione.

Il 30 dicembre alle ore 21.30, nella piazza principale di Appignano del Tronto, prenderà avvio questo percorso rituale, in collaborazione con Luigina Allevi, direttrice della compagnia Nuovo Sipario Aperto. Il giorno successivo, 31 dicembre, il funerale simbolico del vecchio anno accompagnerà la comunità fino alla mezzanotte, quando il rogo purificatore segnerà l’ingresso nel 2026.
Come nel sogno narrato da Schnitzler e visualizzato da Kubrick, anche qui il confine tra realtà e visione si assottiglia. Il rito diventa specchio dell’anima, il fuoco consuma il passato e apre lo spazio ai sogni futuri, in un passaggio collettivo dove il tempo non viene semplicemente contato, ma trasformato.

Il Teatro del Ramino alla storica Fiera di San Martino di Grottammare
Per la prima volta, il Teatro del Ramino ha partecipato alla storica Fiera di San Martino di Grottammare, portando la sua arte e la sua energia nelle strade della città.
In tre intense giornate, la compagnia ha saputo unire spettacolo, tradizione e suggestione. Domenica 9 novembre ha messo in scena una parata-spettacolo itinerante con partenza dal quartiere Tesino Village e arrivo al Giardino Comunale.

Un corteo di luci, musica e fuoco vivo ha accompagnato la rappresentazione della leggenda di San Martino, il cavaliere che divise il suo mantello con un povero pellegrino.
A cavallo, San Martino ha guidato un seguito di figure angeliche e delle Tentazioni, imponenti e affascinanti, rappresentate da artisti su trampoli.
Durante il percorso, il cavaliere ha affrontato le tentazioni terrene, per poi rinnegare la guerra e compiere il suo gesto di generosità, simbolo eterno di solidarietà e pace.
Nei giorni di lunedì e martedì, la compagnia ha continuato ad animare il Giardino Comunale, con nuove performance e personaggi su trampoli che hanno catturato l’attenzione dei visitatori della fiera.
La manifestazione, organizzata dagli assessori Cristina Badoni e Rossella Moscardelli del Comune di Grottammare, ha accolto con entusiasmo questa prima partecipazione del Teatro del Ramino, applaudita dal numeroso pubblico presente.
L’evento è stato curato con la regia di Armando D’Angeli.
In allegato, un video realizzato durante l’evento che racconta i momenti più significativi della parata e dell’atmosfera che ha animato la città nei giorni della fiera