Prove di trampoli a Castignano: lezione gratuita aperta anche ai neofiti
Il Teatro del Ramino APS organizza una serata dedicata alle prove di trampoli teatrali, aperta anche a chi non ha mai avuto esperienza.
L’incontro si terrà mercoledì 20 maggio, alle ore 21:00, a Castignano.
Sarà una lezione gratuita pensata per avvicinare nuovi interessati, aspiranti soci, collaboratori e curiosi al mondo dei trampoli scenici, delle parate e degli spettacoli storici che da anni caratterizzano l’attività del Teatro del Ramino.

Un’occasione per imparare da zero
La serata è rivolta anche a neofiti e nuovi partecipanti senza esperienza. Non è necessario saper già andare sui trampoli: l’obiettivo dell’incontro è proprio quello di permettere a chi parte da zero di provare, conoscere le basi e capire se desidera proseguire il percorso con l’associazione.
Durante la prova verranno affrontati i primi elementi fondamentali:
uso base dei trampoli,
equilibrio e primi movimenti,
approccio alla camminata in sicurezza,
introduzione al lavoro scenico del trampoliere,
possibilità di partecipare alle attività associative del Teatro del Ramino APS.
Trampoli, teatro e partecipazione associativa
Il Teatro del Ramino APS porta avanti da anni un percorso legato alle arti performative, allo spettacolo storico, alle parate, alle animazioni e alla valorizzazione della tradizione teatrale in ambito medievale e rievocativo.
Le prove di trampoli rientrano nelle attività culturali, formative e associative dell’associazione, con l’obiettivo di trasmettere competenze, coinvolgere nuovi partecipanti e far conoscere dall’interno il lavoro artistico e scenico del gruppo.
Chi parteciperà potrà vivere un primo momento pratico, conoscere l’ambiente dell’associazione e valutare una possibile collaborazione futura con il Teatro del Ramino.
Informazioni
Quando: mercoledì 20 maggio
Dove: Castignano
Orario: ore 21:00
Partecipazione: gratuita
Aperto a: neofiti, nuovi interessati e persone senza esperienza
Per informazioni e adesioni è possibile scrivere a:
Un’occasione semplice e concreta per mettersi alla prova, scoprire il fascino dei trampoli teatrali e avvicinarsi al mondo del Teatro del Ramino APS.
Arte e tecnica: l’equilibrio instabile
Forse la tecnica è il carro che traina l’arte, oppure ne è soltanto la serva. Ma una cosa appare evidente: senza tecnica non si può mettere in scena l’arte.
Dove inizia l’arte e dove finisce la tecnica?
È una domanda antica quanto l’arte stessa, e ogni disciplina – dalla pittura alla letteratura, dal teatro alla musica – continua a interrogarsi su questo confine incerto.
Un poeta può non saper scrivere?
Uno scrittore può non saper scrivere?
Un pittore può non saper dipingere?
La risposta naturale è no.
La tecnica è necessaria. Deve essere appresa, esercitata, resa propria. Non è un dettaglio marginale: è struttura, disciplina, linguaggio. È ciò che permette all’idea di incarnarsi in una forma riconoscibile.

Eppure, proprio nel momento in cui diventa vera padronanza, la tecnica deve essere dimenticata.
O meglio: deve essere sfidata.
Questo accade con particolare evidenza nell’arte dei trampoli.
Il teatro sui trampoli è arte, e come ogni arte richiede prima di tutto una tecnica rigorosa. L’equilibrio, il passo, il peso del corpo. Tutto deve essere appreso con precisione, esercitato fino a diventare naturale, fino a trasformarsi in istinto.
Solo allora è possibile dimenticarlo.
La tecnica, interiorizzata, smette di essere una gabbia e diventa libertà. Il corpo non obbedisce più a un esercizio ma alla scena. Il movimento non è più calcolo ma presenza.
Nel mio camminare sui trampoli ho capito una cosa: il movimento è una metafora della vita.
Pochi lo sanno.
E ancora meno sono quelli che riescono davvero a muoversi con eleganza.
Perché la vita nasce dall’imperfezione.
Dall’asimmetria.
Dal movimento che si genera quando due potenziali non coincidono.
È il granello di sabbia che sposta l’ago della bilancia.
Se tutto fosse perfettamente livellato, se ogni forza fosse identica alla sua opposta, non esisterebbe movimento.
E senza movimento non esisterebbe vita.
La perfezione, in questo senso, è immobilità.
E l’immobilità è morte.
L’imperfezione, per quanto imperfetta, è vita.
Nel movimento dei trampoli, per muoversi con eleganza, si deve accettare la caduta nascosta dentro ogni passo. Ogni passo è una perdita momentanea di equilibrio.
Ci si lascia cadere per potersi riprendere.
È in questo gesto continuo – cadere e rialzarsi – che nasce la grazia del movimento.
Così accade anche nell’arte.
L’arte non può essere perfetta.
L’arte nasce da uno scarto.
Da quel granello che sposta l’ago.
Da quel pensiero che non è allineato con il resto del mondo.
Da quella deviazione che obbliga lo sguardo a cambiare direzione.
E allora devo dirlo con brutalità.
Odio l’arte.
La odio perché è imperfetta.
La odio perché rompe l’ordine.
La odio perché introduce una crepa nell’equilibrio delle cose.
Ma proprio qui sta il paradosso.
Solo chi ama davvero l’arte ha il coraggio di odiarla.
E solo chi ama davvero l’arte ha la saggezza di amarla.
Perché l’arte non è mai pacifica: è una tensione continua tra rifiuto e desiderio, tra ordine e rottura.
Per questo posso dirlo senza contraddizione.
Amo l’arte.
Perché l’arte è la vita quando perde l’equilibrio e continua a camminare.
Via l’arte.
Viva l’imperfezione.
Il Cammino di Don Chisciotte: trent’anni di sogno e coraggio
Don Chisciotte non è mai stato solo un personaggio letterario per me: è stato compagno di vita, fonte di ispirazione e simbolo di coraggio. Per quasi trent’anni ho portato in scena questo eroe puro, romantico e ostinato, anche sui trampoli, trasformando la sua figura in un racconto visivo che unisce poesia e teatro.

Il mio Don Chisciotte nasce dai sogni: prima di ogni spettacolo, lo incontro nella mia mente, immagino il cammino, la lancia impugnata, il vecchio Ronzinante pronto a partire. Ogni rappresentazione è il frutto di anni di riflessione e passione, una tradizione che affonda le radici nei miei primi tentativi, quando ero giovane, senza barba né capelli bianchi, ma con la stessa determinazione del cavaliere errante.
La celebre lotta con i mulini a vento, per me, non è solo un gesto folle: rappresenta la lotta per la libertà contro poteri immobili e indifferenti. Il costume, il catino che fungeva da elmo, la camicia custodita in un baule… tutto questo ha atteso trent’anni per tornare a vivere sul palco, accompagnato da una nuova maturità e presenza scenica.
Ieri, a Castel di Lama, ho ripreso questo cammino, mettendo in scena uno spettacolo antico ma sorprendentemente moderno, un intreccio tra corpo, parola e sentimento. La mia Dulcinea è stata la luce che ha guidato ogni gesto:
“Mi sento sfiorare dal tuo sguardo mai diretto, dal tuo sorriso accennato… Combatti per te, dovrei avere le ali di giganti. Ti vedo tra la gente, tra le donne, e vedo te, la mia principessa, la mia Dulcinea.”

Ogni spettacolo è un viaggio tra amore, coraggio e poesia: Don Chisciotte combatte con un vecchio ronzino e un fedele contadino, ma la vera battaglia è nel cuore. Non conta la fama, non conta la gloria: ciò che resta è la forza dell’animo, il gesto puro e lo sguardo che illumina l’intera avventura.
Dopo trent’anni, Don Chisciotte non è più solo un personaggio: è sogno, memoria e vita, e ogni volta che lo metto in scena, rinasce insieme a
Sant’Antonio e lu Demonio
Quando il mito del Piceno diventa spettacolo vivo
Capita spesso, a chi opera nel teatro di tradizione e negli eventi culturali, di essere chiamato a partecipare a feste religiose o celebrazioni popolari. In quei momenti, la sfida non è semplicemente “mettere in scena” uno spettacolo, ma tradurre un mito, una leggenda o la vita di un santo in immagini vive, capaci di parlare al presente senza tradire la memoria collettiva.

È quanto accaduto il 18 gennaio a Pagliare del Tronto (Spinetoli), in occasione dei festeggiamenti per Sant’Antonio Abate, figura centrale dell’immaginario popolare piceno. Qui il mito non è stato raccontato: è stato evocato.
Lo spettacolo, breve ma intenso, ha proposto un quadro scenico fortemente simbolico, costruito sull’eterna lotta tra il santo e le tentazioni. Giuseppe Cicconi ha dato corpo a un Sant’Antonio saldo nella fede, mentre le seduzioni e i pericoli del peccato hanno preso forma in due presenze opposte e complementari:
la tentazione, interpretata da Valentina Bachetti, figura femminile seducente e ambigua, il Demonio nero, incarnato da Armando D’Angeli, forza oscura e minacciosa.
In questo scontro archetipico, Sant’Antonio, armato della sola fede e della croce inforcata, conduce il demonio, riaffermando il valore spirituale che da secoli accompagna questa ricorrenza. Il tutto immerso in una cornice suggestiva: il fuoco, elemento rituale e ancestrale, e lo spazio urbano di Pagliare del Tronto trasformato in luogo simbolico, non semplice sfondo.
La scelta artistica è stata chiara fin dall’inizio: non proporre uno spettacolo generico, ma calare personaggi, costumi e azioni dentro la storia e il contesto dell’evento, diventandone parte integrante. Non un intrattenimento “a contorno”, ma un elemento vivo della festa, capace di dialogare con il pubblico e con il territorio.
I costumi sono stati curati da Liana Benigni.
Il Teatro del Ramino ha saputo armonizzare l’aspetto logistico con la delicatezza del contesto religioso e tradizionale.
Il risultato è stato uno spettacolo che ha saputo tenere il pubblico presente, coinvolto e attento, nonostante il freddo invernale. Un esempio riuscito di come mito e religione possano farsi teatro, trovando una forma nuova, insolita, ma profondamente rispettosa delle tradizioni del Piceno.
Perché quando la storia viene restituita attraverso immagini, fuoco e corpi in scena, non si limita a essere ricordata: torna a vivere.
L’intero evento è stato ideato e coordinato da Gabriella Piccioni, con il supporto organizzativo della Pro Loco di Pagliare.
Il Braciere Ardente
Un oggetto in scena, a volte, non è solo un oggetto in scena.
Fa parte della scena, della scenografia, del respiro stesso dello spettacolo.
A volte perde la sua natura fisica e diventa altro:
un compagno, un alleato, un amico silenzioso.

Il braciere ardente è con il Teatro del Ramino fin dall’inizio, dai primi spettacoli.
Quasi trent’anni di palcoscenico.
Pagato in lire, quando l’arte si comprava con monete che oggi sembrano già memoria.
Non è antico, non è vecchio.
È semplicemente lì. Funziona. Resiste.
Non viene trattato con particolare riguardo.
E porta addosso le cicatrici del tempo.
Come gli attori, anche lui le mostra con orgoglio.
Le cicatrici sono quelle che fanno crescere.
Quelle che fanno male, ma poi restano a ricordarti che questo è un teatro fisico, viscerale.
Un teatro dove si può versare sangue.
Dove ci si può scottare.
Dove le pomate per le bruciature stanno accanto ai trucchi, sullo stesso tavolo.
Ed è normale così.
Il braciere, da buon attore, non esce mai dal personaggio.
Rimane lì, al centro — ma non troppo —
fiero di fiammeggiare, orgoglioso del suo ardente essere presente,
pronto a lasciarsi guardare.
Pronto ad accendere ogni spada.
Pronto ad accendere ogni fiamma, ogni fuoco.
Fedele e affidabile come un vecchio amico.
Sta lì.
Affidabile.
Fiero.
E quando tutto è finito, quando gli attori sono usciti di scena
e il pubblico ha lasciato le gradinate,
lui resta.
Fa il suo dovere fino in fondo.
Mostra le sue fiamme verso il cielo, incurante del silenzio che arriva dopo.
E pensare che era nato solo come un modo più semplice per accendere le spade.
Nel frattempo, tanti attori sono passati.
Tanti sono tornati alla vita normale.
Lui no.
Sempre pronto a uscire dal suo sacco
e a prendersi la sua parte di scena,
la sua piccola quota di fama.
Oggi, questo articolo è solo per lui.
Perché anche gli oggetti, a teatro,
quando resistono così a lungo,
diventano memoria viva.
Il funerale dell’anno vecchio
C’è un momento, alla fine di ogni anno, in cui il tempo rallenta.
Non corre più: attende.

È lo spazio fragile tra ciò che è stato e ciò che ancora non ha nome.
Questa sera, 30 dicembre 2025, ad Appignano del Tronto, il Teatro del Ramino apre il suo evento con una cerimonia antica e necessaria: il funerale dell’anno vecchio.
Un gesto simbolico, collettivo, che non piange ma accompagna.
Che non cancella, ma depone.
Figure, segni, corpi e silenzi attraversano lo spazio come una processione laica, dove l’anno che se ne va viene salutato con rispetto, ironia e immaginazione.
È teatro, ma è anche rito.
È finzione, ma parla a qualcosa di profondamente reale.
In questo passaggio, Appignano diventa soglia.
Un luogo in cui il tempo viene guardato negli occhi prima di lasciarlo andare.
Chi partecipa non è spettatore.
È presenza.
È parte del gesto.
Questa sera, l’anno vecchio viene accompagnato.
Domani, il nuovo potrà entrare.
Che fai a Capodanno?
Ad Appignano del Tronto il tempo non si limita a scorrere: viene messo in scena, attraversato, consumato.
La manifestazione storica di fine anno diventa così un funerale simbolico del vecchio anno, un rito collettivo che affonda le radici nel paganesimo e trova nel fuoco l’elemento capace di distruggere ciò che è stato per aprire, a mezzanotte, la soglia del nuovo tempo.

Non è una scelta casuale che questo percorso si collochi nel cuore del periodo natalizio. Come accade in Doppio sogno di Arthur Schnitzler e nella sua trasposizione cinematografica Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, l’ambientazione natalizia non rappresenta un semplice sfondo, ma una tensione irrisolta: luce, ordine e moralismo convivono con desideri nascosti, sogni sopiti, pulsioni che cercano uno spazio per manifestarsi. Nel film, sotto l’apparente calma del Natale, si muovono riti pagani che scandiscono il tempo e ne rivelano la natura ciclica, antica, non addomesticata.
È in questa stessa frattura che si inserisce il lavoro del regista Armando D’Angeli, insieme alla poetessa Alessia Allevi, che hanno scelto di indagare il tempo che muore e rinasce, la numerologia e i suoi rimandi simbolici: i quattro elementi e le quattro stagioni, l’astrologia come mappa del divenire, i dodici mesi che si susseguono come i dodici apostoli, tra sacro e profano. Un sistema di segni che, come nel sogno, non si spiega ma si attraversa.
Il Teatro del Ramino, protagonista dell’evento, traduce questa visione in azione scenica: figure sospese sui trampoli, immagini rituali, presenze che emergono come da un sogno collettivo. Il pubblico non è semplice spettatore, ma parte di un’esperienza onirica che richiama i meccanismi di Eyes Wide Shut: entrare in uno spazio altro significa entrare anche nella propria zona d’ombra, là dove i desideri sono spesso frenati dal moralismo natalizio e dove il rito pagano del fuoco diventa strumento di liberazione e trasformazione.

Il 30 dicembre alle ore 21.30, nella piazza principale di Appignano del Tronto, prenderà avvio questo percorso rituale, in collaborazione con Luigina Allevi, direttrice della compagnia Nuovo Sipario Aperto. Il giorno successivo, 31 dicembre, il funerale simbolico del vecchio anno accompagnerà la comunità fino alla mezzanotte, quando il rogo purificatore segnerà l’ingresso nel 2026.
Come nel sogno narrato da Schnitzler e visualizzato da Kubrick, anche qui il confine tra realtà e visione si assottiglia. Il rito diventa specchio dell’anima, il fuoco consuma il passato e apre lo spazio ai sogni futuri, in un passaggio collettivo dove il tempo non viene semplicemente contato, ma trasformato.

Il Teatro del Ramino alla storica Fiera di San Martino di Grottammare
Per la prima volta, il Teatro del Ramino ha partecipato alla storica Fiera di San Martino di Grottammare, portando la sua arte e la sua energia nelle strade della città.
In tre intense giornate, la compagnia ha saputo unire spettacolo, tradizione e suggestione. Domenica 9 novembre ha messo in scena una parata-spettacolo itinerante con partenza dal quartiere Tesino Village e arrivo al Giardino Comunale.

Un corteo di luci, musica e fuoco vivo ha accompagnato la rappresentazione della leggenda di San Martino, il cavaliere che divise il suo mantello con un povero pellegrino.
A cavallo, San Martino ha guidato un seguito di figure angeliche e delle Tentazioni, imponenti e affascinanti, rappresentate da artisti su trampoli.
Durante il percorso, il cavaliere ha affrontato le tentazioni terrene, per poi rinnegare la guerra e compiere il suo gesto di generosità, simbolo eterno di solidarietà e pace.
Nei giorni di lunedì e martedì, la compagnia ha continuato ad animare il Giardino Comunale, con nuove performance e personaggi su trampoli che hanno catturato l’attenzione dei visitatori della fiera.
La manifestazione, organizzata dagli assessori Cristina Badoni e Rossella Moscardelli del Comune di Grottammare, ha accolto con entusiasmo questa prima partecipazione del Teatro del Ramino, applaudita dal numeroso pubblico presente.
L’evento è stato curato con la regia di Armando D’Angeli.
In allegato, un video realizzato durante l’evento che racconta i momenti più significativi della parata e dell’atmosfera che ha animato la città nei giorni della fiera
Le Fobie in Parata: il Teatro del Ramino a Mirabilandia per Halloween
Da oltre tredici anni la Compagnia Teatro del Ramino collabora con il parco divertimenti Mirabilandia di Ravenna, partecipando agli spettacoli e alle animazioni che il parco propone nel mese di ottobre, in occasione del periodo più magico e tenebroso dell’anno: Halloween.
Anche per il 2025, la compagnia è protagonista con una nuova, suggestiva parata a tema “Le Fobie”, un’idea originale di Armando D’Angeli, con i costumi realizzati da Catia Mancini e le maschere create da Giuseppe Cordivani.
Il progetto artistico prende vita attraverso quattro figure che rappresentano altrettante paure senza tempo, ispirate al mondo medievale:
la paura del fuoco, la paura dell’acqua, la paura del buio, e la paura della peste e della malattia.
Questi personaggi, dalle linee teatrali e visionarie, si muovono tra le vie del parco creando un’atmosfera gotica, misteriosa e coinvolgente, perfettamente in sintonia con gli allestimenti e le ambientazioni di Mirabilandia nel periodo di Halloween.

La compagnia è presente nelle giornate di sabato 4, 11, 18 e 25 ottobre, e tornerà ad animare il parco anche giovedì 31 ottobre, nel giorno di Halloween, e sabato 1 novembre.
Si esibiscono gli artisti Armando D’Angeli, Valentina Bachetti, Katiuscia Troiani e Luigi Simonetti, Emanuela Nepi, tutti su trampoli, sotto la direzione e il coordinamento di Liana Benigni.
L’intera programmazione artistica dell’evento è curata dalla direzione artistica di Marco Gioni – Stuntman Show, che ha saputo intrecciare azione, spettacolo e suggestione in un’unica grande esperienza immersiva.
La parata “Le Fobie” è stata accolta con grande entusiasmo dal pubblico, che ne ha apprezzato la potenza visiva, la qualità scenica e la capacità di evocare emozioni profonde — tra paura, fascino e meraviglia.
Le sensazioni – di Alessia Allevi – la nascita di uno spettacolo –
In testa ancora musiche e parole che riecheggiano… chiudere gli occhi dopo giorni e riprovare il desiderio, la stessa sensazione di trovarsi catapultati in una realtà di altri tempi ,realizzata attraverso più percorsi che si intrecciano fino a condurci tutti all’ esito finale…lo spettacolo… perché il sipario non si apre mai per caso : quando si spalanca è perché è pronto ad unire il mondo immaginario a quello reale, una farfalla che apre le sue ali dopo che la sua natura ha preso forma ,un viaggio collettivo che segna l’ avvio di un’ esperienza nuova ed indimenticabile.

La stessa che ho avuto il piacere di vivere in prima persona nell’ edizione dello spettacolo “Pax ,tormento di un templare ” del Teatro del Ramino ,quest’ anno ,al festival Templaria . Sono stata testimone ed interprete anche io di quell’ emozione che a mano a mano prende forma nelle mani di Armando ,demiurgo che plasma un’ idea fino a farla diventare reale , tangibile a tutti ; e quando il progetto del tema legato alla pace e alla guerra ha infine trovato luce, mi sono ritrovata anche io come cavaliere seduta intorno alla tavola rotonda circondata dal resto del gruppo ,novizia curiosa di recepire le idee che a mano a mano si fissano su di una pagina bianca .Assisto all’ atto creativo mentre la penna scorre per lasciare posto all’ acquerello ansioso di imprimere attraverso il colore il giusto tono alle situazioni , alle emozioni; perché l’ idea va catturata e fermata per sempre ,al momento,su carta .

I miei occhi seguono l’atto sciamanico che di tanto in tanto si interrompe consentendo all’ ethos creativo di arricchirsi di nuove voci ed interpretazioni .Osservo e ammiro il gruppo teatrale che partecipa attento e attivo nel dare ognuno il suo contributo alla messa in scena del tema del dissidio di un cavaliere templare; il contesto storico delle crociate fa da sfondo al conflitto interiore nell’ animo del protagonista che dietro al vessillo della croce non risparmia la vita a nessuno, amici compresi; rendere comprensibile ,visibile al pubblico il tema,in questo caso della morte e della rinascita nella pluralità di valenze ed interpretazioni, è un lavoro che richiede un’ attenta preparazione emotiva e fisica che si realizza attraverso la scelta dei protagonisti, dei costumi ,delle musiche e situazioni in cui farli vivere; quando infine il progetto creativo trova il suo compimento mi lascio coinvolgere dalla confusione controllata delle emozioni che si respirano nel back stage; l’aria qui si tinge di una pluralità di situazioni e colori; bauli come scrigni da cui fuoriescono e prendono nuovamente vita meravigliosi costumi storici che sembrano fluttuare impazienti, di mano in mano; l’ odore del trucco frammisto ai molteplici materiali di scena abilmente gestiti dalle sapienti mani dei tecnici ,e infine il fuoco che a breve rischiarirà e accenderà la piazza ma che in ognuno di noi è già vivo e arde incessante.

A me l’ onere e l’ onore di dare vita ai protagonisti attraverso i loro pensieri, le parole ,accompagnate da un suggestivo ed evocativo sottofondo musicale ; la gioia di un ‘ amicizia ,il.desiderio di gloria che diventa condanna di dolore, l’espiazione del peccato che realizza la redenzione finale; parole, luci,suoni ,movimenti e fuoco purificatore si fondono per dare vita a quella tensione che coinvolge lo spettatore partecipe insieme a noi della catarsi finale; perché in fondo lo spettacolo è l’esperienza di un cammino,un viaggio che gli attori portano in scena sui trampoli , sconfinate bacchette magiche che sembrano prolungare e proiettare nell’ eternità della storia momenti e situazioni che ci coinvolgono tutti: dopotutto lo spettacolo non è mai davvero “finito”….vive, cambia insieme a noi, insegna.
Alessia Allevi