La stagione del teatro in piazza

Perché 

Abbiamo deciso di stare sempre dalla parte del pubblico, per trasmettere emozioni per stupire raccontando storie, senza mai annoiare. Rischiando perché noi il teatro lo facciano in mezzo a voi. I trampoli sono il nostro palcoscenico che trasportiamo nelle piazze nelle strade, in mezzo al nostro pubblico. Questo abbiamo deciso da oltre venti anni

Jacopo e Tebaldo, sogno e delirio di un pellegrino

È’ una messa in scena nuova, frutto della fatica fisica e mentale di avere attraversato le vie e i boschi con i nostri trampoli ai piedi, dalla soddisfazione di aver raggiunto Santiago quando nessuno credeva che ci saremmo riusciti, dalla soddisfazione del giorno del cammino partiti da Siena, dove solo la caparbietà riesce a darci la forza per alzare il trampolo per andare avanti.Dalle visioni e dai pensieri che possono affiorare solo in posti così leggendari

Dalle notti passate a riposare con i piedi feriti.

Dagli incubi avuti, dalla paura di non riuscire e dalla ferma volontà di farcela.

Tutto ciò abbiamo messo in questo nuovo spettacolo,e fra tutto questo la storia, i secoli andati e la fantasia ci hanno reclamato un importante ruolo di coprotagonisti.

Per fare uno spettacolo sul pellegrinaggio si poteva leggere una guida o un libro, noi abbiamo preferito viverlo.

Lezione di squilibrio

Quando insegno ad andare sui trampoli non insegno a mantenere l’equilibrio, ma a gestire lo squilibrio.

Il teatro su trampoli é movimento, l’immobilità, se pur raggiungibile, é solo una pausa tra un passo e il successivo.

Il movimento nasce dallo sbilanciamento ,che va assecondato e domato: non serve l’equilibrio rigido, forse é addirittura nocivo, ma é necessaria una complicità completa con la forza di gravità.

L’eleganza del movimento nasce dalla naturalezza, la forza che si imprime é finalizzata  a spostare soltanto l’equilibrio, che a volte é mentale a volte fisico.

Il naturale timore di ricongiungersi col suolo, la terra, rimane costante, e non facciamo  niente altro che ritardarlo, a volte per molto tempo, ma consapevoli che la caduta a terra é l’epilogo necessario.IMG_7145

IL TEATRO DEL RAMINO SUI TRAMPOLI DA TRIACASTELA A SANTIAGO

La partenza da San Marcos, grosso borgo alle porte di Santiago, e’ avvenuta con un’ora di ritardo rispetto al previsto, a causa della visita che ci ha voluto fare l’emittente regionale spagnola tv Galizia.

Man mano che passo dopo passo il Teatro del Ramino si avvicinava alla città il passaparola dei pellegrini che ci avevano incontrato lungo il “camino” aveva diffuso la voce che una compagnia di “Italianos locos” stava per giungere al santuario dell’Apostolo.

TV Galizia, insieme ad altre testate della carta stampata, ha mostrato molto interesse alla nostra impresa: una troupe ci ha raggiunti sul posto dell’ultima partenza chiedendoci interviste e mostrando con l’occhio della telecamera molta curiositàrispetto alla fase di preparazione, inquadrando ogni particolare dell’attività dei trampolieri che indossavano “los zancos”.

E con TV Galizia siamo partiti, con l’operatore di ripresa che correva indietreggiando davanti a noi: il primo Maggio 2014 é una splendida giornata di sole a Santiago, la prima dopo cinque caratterizzate da una pioggerellina insistente e a tratti decisa che spesso cadeva da una nebbia diffusa e lattiginosa, che, se è vero che non ci ha fermati, ha di certo contribuito a rendere ” vivace” il nostro cammino, arricchendolo di fango e di pericoli.

 

É una splendida giornata di sole a Santiago, davanti a noi ad attenderci abbiamo gli ultimi sei chilometri: due passettini sotto casa al confronto con le marce serrate dei primi cinque giorni, in cui se ne percorrevano venticinque o trenta!

Vivendo il cammino abbiamo infatti compreso che esso émisurato solo rispetto ai sentieri e che nel numero dei chilometri indicati dalle guide non viene compresa la lunghezza dei numerosi “pueblos” che il cammino stesso attraversa; per questa ragione per percorrere i 131 chilometri che costituivano la somma delle nostre tappe, ci siamo resi conto di averne attraversati almeno cinquanta di più.

É una splendida giornata di sole a Santiago e, mosso il primo passo sui nostri trampoli, ormai ad accompagnarci sono solo una grande emozione, la voglia di arrivare e la gioia un po’ prematura e timorosa di avercela fatta.

Ci accoglie all’ingresso del centro abitato una periferia moderna e sonnolenta, éovvio sono le prime ore del mattino di un giorno festivo.

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É un percorso totalmente urbano ormai, dopo le difficoltàe le avventure dei giorni scorsi ci sembra di poggiare i trampoli su un tappeto di seta; ma eccola all’improvviso quella che per noi costituisce ancora un’insidia: la “abacada”, la discesa di cui ci avevano parlato le persone incontrate a cui di tanto in tanto chiedevamo informazioni su ciòche ci stava aspettando; i nostri interlocutori calcolavano i loro preannunci sulla loro meraviglia, ma di questa quasi tutti ci avevano avvertiti a causa dell’indiscutibile forte pendenza,almeno questa èasciutta e non ècoperta da muschio scivoloso o altri prodotti delle stalle che ci hanno fatto un esteso “brown carpet”; ma Santiago si intravede già e noi affrontiamo l’impegno con prudenza tecnica ma col sorriso sulle labbra.

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Dobbiamo ammettere che sono solo le labbra a sorridere perché i nostri piedi sono piuttosto di cattivo umore e anche le ginocchia non se la passano meglio; ai polpacci, poi, quest’ultimo giorno é meglio non rivolgere la parola, poiché probabilmente ci risponderebbero facendo largo uso di turpiloquio. Ma ormai nella nostra mente c’è un solo obiettivo: riuscire a dominare l’emozione quando ad un certo punto la cattedrale del Santo Apostolo svetteràdavanti ai nostri occhi. Siamo oramai in centro e abbiamo davanti ai trampoli un’affascinante viuzza denominata “Porta do Camino”, questa volta ci siamo davvero! Affrontiamo con una certa allegria quella che sembra una breve salita priva di complicazioni, quando ecco spuntare da un angolo una di quelle macchinette che servono a tenere pulite le strade che sta generosamente innaffiando i grossi sanpietrini:” Santiago fa che almeno non ci sia anche il sapone!”

 

La Città in centro e’ affollata di turisti e passanti che godono del fatto di trovarsi in un meraviglioso centro storico in un giorno di sole e di festa, ci accolgono con molta simpatia, applaudendo e facendo domande; trattengono il fiato quando ci vedono affrontare le scale; qua è la’ ci sono artisti di strada che arricchiscono il nostro passaggio di musica e colore. I trampoli continuano ad andare, ad un certo punto un pugno nello stomaco ci avverte che la meta e’ raggiunta: davanti a noi la vertigine della grande piazza, dopo la rua de San Pietro,come nella Divina Commedia in cui dalla corona di cui fa parte Pietro si muove verso Dante una luce, che viene indicata da Beatrice come l’apostolo Giacomo. La piazza e’ cosìgrande, cosìbella che ci fa sentire d’istinto il bisogno di tenerci per mano: ci siamo sentiti piccoli di fronte alla maestàdel tempio di San Giacomo, ora il nostro desiderio e’ quello comune ad ogni pellegrino: inginocchiarsi davanti a Lui e le nostre ginocchia toccano di colpo la piazza, trampoli all’indietro distesi al suolo, c’èfrastuono, la piazza e’ gremita, ci stanno applaudendo, ci stanno fotografando, l’operatore della TV continua a riprendere la scena, ma noi ci accorgiamo soltanto di essere il Teatro del Ramino che si prostra sul sagrato del Patrono di Spagna con gli occhi allagati dall’emozione.

Un lungo e intenso momento di raccoglimento, poi un applauso ci ridesta, ci aiutiamo vicendevolmente a rialzarci, grazie ai nostri compagni di viaggio a terra e poi via di nuovo “arriba a los zancos” verso una nuova fatica e una nuova emozione: la gradinata fino all’ingresso della Cattedrale dove assistiamo alla celebrazione della solenne messa del primo maggio dedicata a San Giuseppe Obredeiro; i brividi sembrano percorrere le nostre schiene fino ai trampoli che ormai dopo tante ore sono diventati come appendici viventi del nostro corpo; la discesa del botafumeiro ci coglie al culmine dell’emozione : il magnifico grandissimo turibolo d’argento volteggia per il cielo dell’immenso tempio cristiano inebriandoci col suo profumo antico; grazie San Giacomo. Dopo la celebrazione ci rechiamo all’Ufficio del Pellegrino,dove ci èriservata una lunghissima attesa in coda insieme a centinaia di altri pellegrini bramosi di esibire la loro credenziale piena dei timbri attestanti il cammino effettuato e ricevere cosìl’agognata Compostela; l’attesa èdifficile sui trampoli, poichéle nostre gambe ormai cominciano a sentire tutta la fatica dei giorni scorsi: sotto i nostri trampoli ci sono ancora il ricordo vivo dei sentieri scoscesi, dei lunghi tratti su insidiose lastre di ardesia, del fango e della pioggia, dei fiumi che abbiamo dovuto guadare; ci sono i sacrifici affrontati negli “albergue”, che certo non sono rinomati per essere confortevoli, le cicogne che ci hanno volato sulla testa, le faine ed altri animali selvatici che ci hanno attraversato la strada, c’è la paura provata sul ponte del Rio Mino, sospeso ad oltre trenta metri dal suolo con un vento che si ostinava o soffiarci contro, ci sono gli spini delle siepi, i rami della foresta galiziana che ci hanno schiaffeggiati senza riguardo; ci sono i ramarri smeraldini e le mucche indolenti che hanno assistito senza interesse al nostro passaggio, c’èla colonna sonora del gufo che ci ha rimproverati aspramente; ma ora siamo qui, fra poco ,tolti i trampoli, ci recheremo alla tomba di Giacomo, ne abbracceremo il busto prezioso che la sormonta e godremo di quest’unica magnifica giornata di sole al culmine di un’avventura iniziata perché noi siamo cacciatori di emozioni su trampoli.

 

PS Fra i protagonisti di questa bellissima avventura Armando D’Angeli Giuseppe Cicconi e Lucio Stracci sono coloro che hanno effettuato il “Camino”senza mai togliersi i trampoli neppure per un metro!

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http://www.crtvg.es/informativos/chegan-a-santiago-un-grupo-de-teatro-que-fai-o-camino-en-zancos-805926

ANNA GELSOMINO

il Teatro del Ramino affronta sui trampoli il cammino verso Santiago de Compostela

La compagnia teatrale culturale Teatro del Ramino di Castignano (Ascoli Piceno) comunica che giovedì 24 Aprile 2014 partirà con una delegazione di 9 persone per affrontare un’impresa molto probabilmente senza precedenti: affrontare sui trampoli il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela.
Armando D’Angeli, Anna Gelsomino, Mina Curi, Nino Centonze, Lucio Stracci, Marina Saladino, Bruno Boccatonda, Giuseppe Cicconi e Livia Accardi partiranno alle ore 19,00 dal piazzale antistante la chiesa di Sant’ Egidio in Castignano, muniti della Charta Peregrini, la credenziale rilasciata loro dal Capitolo Piceno della Confraternita di Santiago de Compostela successivamente al suggestivo “rituale della vestizione” tenutosi lo scorso 12 Aprile nella chiesa di Sant’Emidio alle Grotte di Ascoli Piceno.
Attraverso le tappe di Triacastela, Sarria, Ferreiros, Portomarin, Palas do Rei, Melider, Arzua, e Arca, giungeranno, a Dio piacendo, con i loro trampoli nel santuario di Santiago de Compostela affrontando tale singolare impresa con lo spirito e la devozione dei pellegrini che da secoli percorrono tale itinerario.
Il Teatro del Ramino darà conto delle varie fasi della propria esperienza attraverso documenti filmati e fotografici, nel vivo auspicio e con l’obiettivo che da tutto ciò possa nascere uno dei magnifici spettacoli teatrali su trampoli che da molti anni connotano l’attività artistica della Compagnia, oltre alla formazione di quel bagaglio di ricchezza spirituale che da sempre costituisce il tesoro più grande di ogni pellegrino.
Per questo chiediamo di essere accompagnati dal vostro pensiero e dalle vostre preghiere.

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STORIE DELLA STORIA

In ogni piazza abbiamo un rendez-vous con la Storia; essa ci precede e ci attende sotto ogni portico, in ogni esedra, in ogni ambulacro, ovunque ci sia una pietra che abbia memoria, di millenni o di secoli; in ogni luogo che abbia ricevuto il pertinace rispetto necessario per raccontare, poiché la terra tutta se non riceve rispetto e cura per la propria memoria smette di raccontare,  in silente protesta a castigo dei posteri poco avveduti.

Noi giungiamo in ogni piazza, rispettosi osservanti di questo appuntamento. Dai nostri bauli emergono i costumi che ci permettono di indossare l’anima di ogni personaggio che abbia lasciato su quelle pietre un’impronta di vita; ogni cimiero posto sul capo dei nostri attori, ogni velo che percorre il corpo delle nostre attrici, ogni drappo ci permettono di incontrare e riassumere sull’interprete il coraggio di un condottiero, il fascino di una nobildonna, il clamore di una battaglia, la fatica di vivere di un plebeo.

Percorriamo lunghissime strade: compagni di viaggio l’entusiasmo e la fantasia, bagaglio le leggende e gli episodi più affascinanti che hanno scritto il passato su un supporto imperituro e inerrabile: la memoria dei popoli.cavallo sui trampoli

La storia è lì, ad attenderci puntuale ed immancabile sulla piazza, le pietre sono lì a raccontare, palcoscenico e protagoniste ad un tempo, sono lì a restituire ogni pensiero che hanno catturato, ogni timore ogni proposito che le abbia attraversate, ogni moda ogni idea di cui si sono imbevute: le pietre a renderci la storia con una generosità senza riserve.

Al termine del viaggio, l’incontro più importante, quello più emozionante: la cercavamo, ci aspettava: la Piazza, ricolma di storia, adorna di memorie.

Teatro del Ramino a Firenze

parata spettacolo Promenade Baroque a Firenze

Il primo sguardo è determinante, da come ci accoglie dall’intensità con cui pulsa sotto i nostri passi, dal calore del suo abbraccio, dalla luce o dalle ombre di cui si ammanta, ci giungono le informazioni di cui abbiamo bisogno: tutto questo ci rende edotti di ciò che volevamo sapere; ci indica quale sarà l’angolo più disponibile ad accogliere il nostro transeunte camerino, ci informa su quale sarà la porzione da illuminare e quella da riservare all’ombra, ci dice in quale anfratto nascondere gli innocenti ordigni da cui si leveranno gli scoppiettanti ricami di fuoco che conquisteranno la meraviglia del nostro pubblico facendone svettare gli sguardi verso il cielo. Da lei, dalla nostra ineffabile ospite, la Piazza, sappiamo tutto questo, ed è tutto quello che ci occorre: subito dopo il tempo che scorre irrefrenabile ed indifferente ci dice che è l’ora. Adesso in scena, sui trampoli, lassù per mettere in mostra la storia, perché tutti possano vederla e riviverla; in alto sui trampoli ad interpretare la storia e a far vivere la leggenda, in alto sui trampoli perché nessuna emozione rimanga celata.

la pazzia di Astolfo

Astoflo, I Pupi Siciliani, nella versione del Teatro del Ramino

L’emozione donata dal riverbero delle nostre spade infiammate, quella che promana dai colori dei nostri costumi e dagli strumenti appresi dall’iconografia del tempo in questione, quella che viene dalle parole recitate che danno forza e senso alla nostra drammaturgia, l’emozione di veder vivere di nuovo i protagonisti della storia sui nostri trampoli. Tutto questo è il nostro rievocare: chiamare in scena la Storia; rievocare è quell’appello energico ed imperioso che il presente rivolge al tempo che è stato, quel richiamare e ricreare che alcuni decenni or sono costituiva lo strumento d’avanguardia della didattica  mitteleuropea e che oggi è diventata patrimonio comune di ogni luogo che ami e rispetti la sua storia nella convinzione pascoliana che è anche speranza: “ il futuro ha un cuore antico”.

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Latrina Medievale Astolfo il Viaggio la Pazzia, saluti finali

Rievocare è oggi la maniera consolidata che hanno i luoghi più interessanti del mondo di accogliere i propri visitatori e ad essi raccontarsi per farli viaggiare attraverso il tempo nel suo trascorrere e attraverso i tempi nel loro riproporsi e noi siamo lì sui trampoli a narrare le storie della Storia. Non la storia strumentale e partigiana dei vincitori, ma la Storia della storia, la Storia che non mente, la Storia testimone, genesi di cultura e di peculiarità, quella della locuzione che nel De Oratore di Cicerone  ne afferma la funzione ammaestratrice, l’Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis ( la storia testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria , maestra di vita, messaggera dell’antichità.) quella storia la cui azione è più significativa è quella di costituire  “  una guerra illustre contro il Tempo, perchè togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia…”

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lo spettacolo sui trampoli del Teatro del Ramino dei Pupi Siciliani

E lo spettacolo della storia va in scena sui trampoli con in cima noi viaggiatori del tempo, in compagnia degli umili e dei grandi che tutti insieme l’hanno scritta sulle pietre e continueranno a scriverla, sotto la minaccia costante di quell’arma invincibile che il tempo usa contro tutti noi, ma che è anche l’unico mezzo per viaggiarvi attraverso: lo strumento che conta le ore, che misura il tempo dalle torri di ogni piazza: omnia ferint ultima necat, questo gli antichi dicevano delle ore.

 

Anna Gelsomino

La piazza e il teatro

Eccola qui la piazza, il luogo dove si terrà lo spettacolo. Questo luogo sarà il nostro spazio scenico, gli edifici diventeranno quinte, i vicoli camerini, le pietre a terra o, talvolta, l’asfalto saranno per noi le assi del palcoscenico.

Oggetto del primo sguardo è la scelta per  lo sfondo della messa in scena: a volte un muro di antichi mattoni, a volte solo un cielo stellato, a volte il mare o un monte.

Scegliamo subito da dove saremo ammirati, da dove partirà  il punto di vista del nostro pubblico.

Certamente il nostro camerino non sarà così perfetto e così nascosto, a volte una parte di pubblico preferirà vedere la frenesia dei cambi, la frenesìa dei passaggi degli oggetti di scena, il volto dell’attore prima di mettersi la maschera anche quando la maschera non la usa, ma entra nel personaggio.

Si vede l’attore senza il personaggio, entra come malefico e dopo un istante diviene angelico, sarcastico o divertente.

Le luci ci illuminano ogni volta in modo diverso, talvolta la luna non ci permette di avere il buio completo, a volte un’insegna di un locale si inserisce impertinente e inopportuna nella magia che stiamo cercando di creare.

ImmagineIl luogo si trasforma, l’irreale diventa reale, i fuochi prendono il sopravvento, le facciate delle chiese si colorano delle nostre ombre, le luci illuminano le cavità.

Le ombre sul viso e le ombre sulle pietre contribuiscono a rendere lo spettacolo unico e non ripetibile, l’anima della piazza entra nello spettacolo da protagonista.

I tappi dei trampoli vagano sul terreno e si avvicinano al pubblico, i fumi e le scintille il sudore degli attori creano l’atmosfera che pervade il pubblico chi non è più solo spettatore ma parte integrante della scena.

Il Solco che Separa

Un solco, quello che Romolo tracció per delineare i confini di Roma, una linea arbitraria che divide due stati, ma di due stati particolari stiamo parlando: la creatività e la pazzia .
L’immaginazione e la fantasia nascono dalla mente ed essere é l’unico stato che rende possibile la creazione, la dicotomia atavica che divide l’essere dall’apparire, nella fase della creazione e della messa in scena, é un’inutile e dannosa classificazione, in quanto apparire senza essere é un vano sforzo, che può portare solo ad una triste farsa.
Entrare nella scena appropriarsi del personaggio , pensare con la stessa mente é la strada giusta per rappresentare ed interpretare, ma rimanere con la consapevolezza della rappresentazione e quindi della finzione é l’unico mezzo che ci divide dalla pazzia.
Rappresentare un guerriero per quanto credibile non può esulare dall’evitare di infilzare o percuotere con una spada di fuoco l’attore di turno, si prova odio nei confronti dell’antagonista, ma si deve distinguere che non siamo noi attori che ci odiamo, ma solo i personaggi che rappresentiamo, e più il limite si assottiglia più la rappresentazione é ricca di pathos.
In fase di stesura del canovaccio lascio libera la mente, la lascio talmente libera da vincoli reali e fisici, solo in un secondo momento nella messa in scena reale si protende alla realizzazione di ciò che si è pensato.
La censura del pensiero é il peggior nemico dell’arte, la gravità la forza universale che tutto il cosmo comanda nulla può contro l’immaginazione, forse la fantasia é una mera invenzione, forse non esiste, certo taluni non hanno nemmeno la razio, e sono vincolati da limiti ottundenti che gli stringono la mente in recinto ovini, ma quella che viene normalmente chiamata fantasia e lo stato immaginifico profondo il vero pensiero slegato dall’esperienza e dalla nozione.
Per tutti gli altri esiste il plagio, Qualcuno che vorrebbe nobilitarlo ne parla come di citazione o ispirazione o di riferimento.
La vera citazione c’è è a volte é necessario che ci sia ma quando si crea si scardinano tutti gli assiomi per costruire una struttura instabile aerea voluttuosa a questo punto si scende a terra e la nostra ragione cerca di seguire le linee del sogno e della fantasia che di abbracciano e diventano spettacolo.

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lo Spettacolo, la Nostra Terra e il Nostro Medioevo

Appena guardo fuori vedo colline, sopra ogni collina c’è un Paese, un borgo, un gruppo di case attaccate l’una all’altra con strette strade non certo adeguate al traffico moderno, mattoni su mattoni formano un cappello alla collina sulla cui sommità sempre si erge un campanile e tanto più è svettante tanto più i paesani ne sono fieri e tanto più sono rivali dei confinanti. 

Il tutto è racchiuso da mura alte e spesse con poche porte per preservare la propria identità; il nostro dialetto cambia così da luogo a luogo, e da poche sillabe riconosciamo coloro che una manciata di chilometri basta a rendere stranieri.

Qui rimangono intatte le storie, si tramandano immutate le leggende, e anche solo involontariamente condizionano i nostri pensieri, come se entrassero sotto la nostra pelle; e dalla pelle a volte si liberano ed emergono come dei sogni o come dei pensieri informi.

Quando penso ad uno spettacolo, quasi mai ho le idee chiare, nella maggior parte dei casi vedo delle immagini delle scene che si formano come ombre davanti la mia fronte.

Tutto questo avviene di solito quando sono immerso nell’acqua, come se quel liquido vitale si facesse veicolo magico, ponte, verso il pianeta dell’irreale abitato da quelle ombre che pian piano prendono vita, si  impossessano prepotenti della mia fantasia, la rendono libera dai bavagli e dal cordame del quotidiano, la slegano da realtà noiose e preoccupanti e quando essa finalmente spogliata ne diventa complice le gettano addosso il colore, mani su mani di vernici brillanti, cascate di scintille, fiamme ardenti: ed ecco arrivare orde di cavalieri eleganti donzelle, animali improbabili; or la scena è pronta e viene verso di voi vi cerca perché e di voi che ha bisogno, irrinunciabili compagni di un viaggio che non ha fine.

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